Disoccupazione in Spagna: numeri e ragioni della crisi

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Nell’Ottobre del 2012 il tasso di disoccupazione in Spagna ha toccato un livello record: 25.8%.

Il dato è in crescita rispetto al 24.6% del trimestre precedente. Si tratta del peggiore livello di disoccupazione raggiunto dal Paese dopo la morte del dittatore Francisco Franco e la conseguente fine del fascismo spagnolo nel 1975. 

Più del 54% dei giovani spagnoli sotto i 25 anni si trova senza un’occupazione, in totale  5.778.000 di cittadini sono senza lavoro.

Per fare un confronto, secondo Eurostat la media del livello di disoccupazione nell’UE si aggira intorno all’11%.

In Grecia la situazione non è molto migliore, con il 25.4% dei lavoratori disoccupati.

E l’Italia? Tenendo il passo della vicina Francia, il nostro Paese si assesta sul 10.8%.

I migliori grandi stati europei da questo punto di vista sono Germania (5.4%), Austria (3.9%) e Norvegia (3.0%).

Ma quali sono le ragioni che portano la Spagna in testa a questa infelice classifica?

La Spagna è entrata ufficialmente in recessione nel Febbraio 2009, entrando nella lista dei “sorvegliati speciali” dell’UE in quanto “Paese più a rischio d’Europa”. Per quale motivo? La Spagna ha subito molto duramente il colpo della crisi economica mondiale in quegli anni, vedendo il proprio rapporto debito pubblico/Pil passare dal 34% al 67% in soli due anni (2007-2009). In questo modo ha avuto inizio il processo di un aumento della disoccupazione dilagante, il tasso in questione negli stessi anni è aumentato di 11 punti % e non si sarebbe più assestato.

Da quel momento il tasso di disoccupazione in Spagna è continuato inesorabilmente a crescere, in conseguenza alle difficoltà economiche e alla crisi di alcuni settori industriali, primo su tutti quello dell’edilizia.

Con le elezioni anticipate del 2011 è salito al governo il popolare Rajoy, sostituendo il precedente premier socialista Zapatero.

Ma il debito pubblico del Paese continuava a crescere e oggi è giunto a toccare quota 72.1% del Pil.

Nel giugno 2012, con la crisi finanziaria, la Spagna ha dovuto ricorrere al fondo “Salva-Stati” europeo per ricapitalizzare le sue banche.  Il Paese è così divenuto il quarto in ordine di tempo a richiedere aiuto a Bruxelles, dopo Grecia, Irlanda e Portogallo.

Cosa sta facendo il Governo spagnolo per fronteggiare questa crisi?

Da giugno 2012 ha avuto inizio il rigidissimo piano di austerità del governo Rajoy, che ha fatto riversare in piazza migliaia di manifestanti e creato non pochi disordini nelle maggiori città del Paese.

Il piano prevede:

  • la soppressione delle tredicesime per i dipendenti statali,
  •  meno permessi sindacali,
  •  meno giorni di ferie,
  •  una netta riduzione del sussidio di disoccupazione,
  •  tagli al sistema pensionistico
  • tagli ai ministeri,
  • un aumento di circa il 3% dell’Iva.

Le stime per quanto riguarda il debito pubblico non sono tuttavia ancora migliorate. Il rapporto con il Pil potrebbe superare il 90% nel 2013.

Una prospettiva decisamente poco incoraggiante per l’economia spagnola.

Eppure ci sono degli aspetti che possono limare queste statistiche. Con una buona dose di ottimismo potremmo definirlo il bicchiere mezzo (?) pieno.

Innanzitutto alcune grandi aziende spagnole stanno sopravvivendo delocalizzando alcuni settori dei propri business in America Latina e Asia.

La Spagna mantiene il suo status di Paese all’avanguardia in Europa per quanto riguarda alcuni settori come quello famaceutico, delle energie rinnovabili, le bio-tecnologie, il trasporto ferroviario, le piccole società di alta tecnologia e la ricerca.

Infine, il Pil spagnolo è cresciuto di pari passo con il debito dal 2010 grazie all’aumento delle esportazioni che hanno toccato quota 185 miliardi di euro.

 

Luca Cattaneo

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